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1月30日 I vostri colpi. Un respiro occluso faticoso e lo sguardo su voi in fila indiana pronti a sparare. Sparate. Voglio che spariate. Sparate ora. Tu, bella e stupida, sposa ignorante e gretta spara il colpo del cuore ferito. Mira al cuore. Arriva il proiettile. Ma sto in piedi e vengo verso di te. Sarò catena del tempo nelle vite, trappola per te di causa ed effetto. Non pagherai a me il tuo debito. Pagherai la prossima volta. Tu, delinquente furbo e scaltro disonesto e fiero uccisore dei diritti incorreggibile parassita della società spara il colpo della lingua tagliata. Mira alla bocca che ti ha salvato, arriva il colpo. Ma continuo a urlare e urlo a te. Sarò il tuo giudice e ti toglierò anche l'ultima goccia di sangue e la cambierò per te in dolore. Tu, giudice prepotente e arrogante tu che supponi l'universo dai trenta centimetri del tuo scranno spara il colpo del fegato ferito. Spara qui, mira all'orgoglio. Sarò come il mastino che ti insegue nella notte, nei campi dove non esistono nascondigli e dove il tuo titolo e la tua conoscenza non ti varranno la salvezza dalle mie fauci sanguinarie. Tu, amico fedifrago, traditore e sparlatore, tu che ridi con me mentre ridi di me, tu che mi hai tolto l'amicizia e la reputazione, spara il tuo colpo. Mira agli occhi che piangono e falli esplodere di lacrime. Sarò il pesce ignorante che ti affogherà nel mare del rimorso quando resterai solo con i tuoi pensieri e capirai quanto vale una goccia salata. Tu, chiunque che mi giudichi dall'aspetto tu non avrai il tempo di sparare. Perché avrò fatto scempio di quelli che ti hanno preceduto. Sarò davanti a te mentre il mio corpo sanguina dei loro proiettili e ancora vivo. E ancor respiro. E ancora prendo fuoco. Per te ci sarà forse vendetta o forse perdono. O forse l'uno nell'altro e ti chiederò scusa mentre le mie lame purificheranno la tua inutile ennesima vita. 11月30日 La TogaE’ nera come un’ombra che ricopre un’anima. E’ nera come un manto di dolori e di piaghe. E’ nera come la notte che nasconde gli smarrimenti. Basta indossarla, per raccogliere il peso di tutti i dolenti, di tutti i colpevoli, di tutti i derelitti. E’ un manto che va portato come corona di spine. P. Camassa, La Toga 6月29日 MISSIONLo scopo della mia vita
è amare me stesso e gli altri,
dando e ricevendo sempre più gioia e ricchezza,
ed essere grato per il dono della vita.
4月17日 L'Universo ascoltaForse l'Universo ascolta il nostro atteggiamento. E risponde.
Ieri grande giornata.
Arrivo in studio carico come sono carico da qualche giorno.
Ricevo un paio di clienti nuovi mandati sabato da un amico.
Mi rendo conto che mi apro con loro come mai ho fatto e leggo nei loro occhi che non si aspettavano di trovarsi davanti ad un avvocato che li considera innanzitutto come persone e come opportunità di crescita anziché come "pratiche". Avverto chiaramente la loro serenità. Si sentono rassicurati e capiti, provano gratitudine...ed io mi sento rassicurato, capito come avrei sempre voluto essere capito...e grato per questo lavoro.
Odiavo questo lavoro. Ogni giorno passato in studio era una piccola grande tortura. Oggi non vedo l'ora di essere lì, ogni giorno là è un'avventura ed una sfida appassionante, in cui la mia "storia" ha un senso, in cui io ho un senso, in cui le mie virtù possono "sfogarsi" alla grande e farmi davvero percepire che seguo lo scopo della mia vita.
Mentre parlo con questi clienti arriva una telefonata: chiedo scusa per l'interruzione e rispondo al telefono: un nuovo cliente, che fissa appuntamento per il giorno successivo! Ovviamente dopo aver fissato l'appuntamento riprendo la conversazione con i presenti con una carica incredibile, sembra un sogno!
Dopo l'appuntamento esco con loro a prendere un caffè, mi mostrano la foto sul cellulare del nipotino appena nato, sembra quasi che ci conosciamo da una vita. Sensazione di...come dire..."stare facendo la cosa giusta" altissima!
Tutto contento rientro in studio, dò un occhio ai conti...e scopro che sono "sotto" di 4000 euro. I conti indicano proprio -4000. Niente utili, niente incassi. Solo 4000 euro da trovare, e alla svelta anche. Grecia nel 2006 e Il Corso nel 2007 hanno dato un piccolo scossone alle mie finanze, senza parlare di una gestione non molto accorta delle entrate all'inizio dell'anno.
Avrei potuto dire:"Azz, 4000 euro e quando li recupero? Meglio chiudere".
Avrei potuto dire:"Noooo...4000 euro? Azz, che palle, in questo lavoro si lavora per recuperare le spese, che palle! Non ce la farò mai". Forse così li avrei recuperati, forse no, ma sicuramente non sarebbe stato lo stato d'animo migliore.
Ma ero carico, ero grato per quei clienti appena incontrati, grato per il nuovo cliente arrivato, insomma...ero...come uno che vince alla lotteria ed incontra qualcuno sgarbato...
4000 euro non sono poi così tanti, ho pensato. E' una bella sfida, se voglio prendermi la macchina nuova a giugno ...significa guadagnarne entro allora almeno 8000.
Ce la posso fare tranquillamente. Inoltre significa non tanto "incassare tutti quei soldi", ma significa "aiutare tutte quelle persone"e non vedo l'ora di farlo.
Insomma, quell'essere sotto di 4000 euro io la vedo come una sfida e come un'opportunità di crescita. In altri tempi mi sarei forse disperato o frustrato per questo. Ora invece la vedo come una grande chance e sento una serenità incredibile quando mi accingo ad affrontare nuovi impegni.
Inoltre non sento alcuna forma di pressione.
Pensavo proprio questo sorridendo in studio, ascoltando la colonna sonora di Braveheart, quando squilla il telefono: una nuova cliente (un'altra!): arriva domani anche lei.
Allora mi chiedo...l'Universo ascolta il nostro atteggiamento?
Davvero la vita non ci manda sempre quello che vogliamo, ma ci manda sempre quello di cui abbiamo bisogno?
Grazie a tutti voi!
Un abbraccio
4月13日 Codice di CondottaCome posso affrontare ogni sfida come un pitbull, portando sempre più gioia nella mia vita e in quella degli altri?
Oggi affronterò ogni sfida a viso sereno.
Oggi nelle difficoltà farò appello alle mie virtù.
Oggi vivrò con passione ogni dono della vita.
Oggi comprenderò senza giudicare.
Oggi affronterò con determinazione ogni esitazione.
Oggi amerò senza chiedere nulla in cambio.
Oggi non sentirò dolore, né fatica, né stanchezza.
Oggi sarò grato per ogni secondo della giornata.
Oggi la mia gioia sarà contagiosa.
Oggi correrò dietro alla vita come se fosse l'ultimo giorno.
Oggi sarò vitale, energico, sano, forte.
Oggi sarò vivo e lo sarò sempre di più.
Ogni giorno della mia vita
così voglio e così sia.
1月19日 Avvocatura, lacrime tra legge e poesiaStanchezza di una giornata in toga, in cui tutto sembra buttato, sprecato, non guadagnato; in cui le persone cattive prendono la forma di giudici prepotenti, di pubblici ministeri invadenti, di colleghi supponenti o ignoranti, comunque deludenti. Tutto bruciato in questa professione nobile e stanca, maligna, marcia dentro, velenosa come un crotalo ed antica come un vampiro, vecchia come la muffa che cresce su alberi secolari fatti di pretese di giustizia. Professione maledetta, amata, invidiata, di cui dopo ore ed ore di arringhe, dopo anni di studio, ogni giorno bisogna di nuovo riscoprire il perché che te l'ha fatta fare. Ogni giorno domandarsi perché.
Perché ogni giorno rimpiangere scelte diverse e più belle? Perché ogni giorno scoprire che una banca non ti farà finanziamenti perché sei nuovo, perché non sei nessuno, perché il tuo reddito, una volta tassato, è minore di quello di un apprendista operaio? Perché sentirsi accusare di essere un mostro deliquente pari a quelli che difendi da gente che ha rabbia dentro, ma che la sfoga sulla persona sbagliata? E tu oggi sei avvocato, oggi sei procuratore, ma fino a ieri eri ragazzo, eri figlio, eri bambino e questo sembra che la gente non lo sappia. Perché nelle mie domande non si nasconde sempre il veleno, non c'è sempre un intenzione maligna! A volte si cerca solo una verità più vera, una verità che splenda di una luce meno ottusa di quella di un' accusa insensibile e meccanica, innaturale, mostruosa. Ma tu che non sei nessuno, che fai presto a giudicare e a non pagare, che ignori ogni mia parola pur criticandole tutte, ma chi ti credi di essere? Tu hai mai provato il malessere di tutte le notti di un esame difficile? E l'amore che una famiglia può darti per la speranza che sei tu per loro? Di tutte le piccole gesta eroiche, di tutti gli Anelli che sei riuscito a buttare nel Monte Fato dicendo ogni volta "vado avanti"? Tu lo sai? Tu lo sai cosa voleva dire andare a chilometri di distanza per cercare notizie di cui a nessuno fregherà mai nella storia, ma per te quelle notizie sono vitali, perché senza quelle sei meno del nessuno che sei ora, scritto a caratteri cubitali in una tesi ignorata dalla moltitudie del mondo? Ma tu lo sai cosa sono quei due anni di inferno sotto il giogo di un negriero per cui tu sei solo uno schiavo? Per cui non vali niente? E come lo puoi biasimare? Tu sei l'ultimo dei suoi problemi, problemi che un giorno saranno i tuoi... e ti accorgerai presto di quanto saranno tuoi. Tu lo sai cos'è la quotidiana umiliazione di uno studio così lungo, di tanti sacrifici fatti per te, così vomitati nel retrobottega di qualcuno per cui sei carta? Tu lo sai cosa vuol dire essere sicuri di essere sulla via giusta con l'appoggio di chi ami e poi scoprire un giorno al risveglio che nessuno crede in te, perché all'improvviso tutti pensano che non ce la farai mai? Sei mai stato nel salone dei tavoli, dove migliaia di anime si dannano per riuscire ad avere quella dannata parola davanti al proprio nome, quella parola così altisonante, "avvocato" che ti rende qualcuno che non sei, che forse non vuoi essere, ma che sarai con tutte le tue forze? Allora sai anche cos'è l'attesa di mesi per sapere del tuo destino attaccato a nove schifosissime pagine di foglio protocollo, dove gente che non vedrai mai in volto decide del tuo prossimo anno di vita, o forse della tua vita intera. Al termine di tutto ciò, tuttavia, potresti essere fortunato e superare l'esame. Eh sì,perchè se infine passi l'esame di stato, l'esame di abilitazione, l'esame per l'iscrizione all'albo degli avvocati, allora "vuol dire che sei stato fortunato", così ti dice chi non l'ha passato, o anche chi non lo farà mai. Chi l'ha passato ti guarda senza stima, perchè il suo animo è macchiato dall'orgoglio di avercela fatta pure lui. E poi ti assale il dubbio, guardando un collega, di pensare...ma questo dove l'avrà passato l'esame? A Catanzaro? A Palermo? Dove? O forse pensa lui lo stesso di te. E allora a cosa serve tutto questo? Perché te lo sto a dire amico mio, perché te lo racconto amica mia? Perché sfogandomi con te che, poveraccio, non c'entri nulla, capisco meglio me. Sfogando tutte queste frustrazioni, buttando fuori questa rabbia, forse riscopro la magia di indossare la toga in aula, la bellezza di battersi per qualcuno; il tentativo, utopico o no, questo solo dio lo sa, di provare a rendere questo mondo più giusto. A questo serve. E allora in fondo scopri che non è poi così male essere chiamato avvocato. Forse riscopri il vero valore dei soldi, perché quando arrivano sai che te li sei davvero sudati fino all'ultimo euro. Magari scopri quanto è brutta l'evasione, perchè tu le tasse le paghi, e ne paghi fin troppe. E cominci ad essere più sereno, perché forse di te, in fondo, ci sarà sempre bisogno. Forse dieci persone non ti pagheranno, ma arriverà l'undicesima che sarà intelligente e giusta. E che apprezzerà il tuo lavoro e pagherà. Così la voglio pensare. La voglio pensare come un privilegio, quello di poter andare a dibattere questioni a dispetto di tutti questi mali dell'avvocatura. Quello di poter parlare al giudice guardandolo dritto in volto, alla pari con pm e colleghi, per difendere il tuo assistito, come un angelo protegge chi gli è stato affidato. Forse non sei così stupido, o così imbranato, o così lento nelle intuizioni e nel diritto come a volte pensi nei momenti di peggiore sconforto. Forse non lo capiscono gli altri perché tu per primo non lo senti, non te ne accorgi, non ci credi. E allora mi dico...credici. Credici perché sei sveglio, sei intelligente, tanti dicono che sei l'unico di cui si fidano. Buttati. Battiti. Vinci. E' questo quello che sai fare, fosse anche solo un castello di sabbia. Sai solo far vibrare le corde del tuo cuore per andare a toccare quelle di un'altra persona. Ti commuovi per far commuovere qualcuno. Soffri per fare soffrire qualcuno. Fiuti i sentimenti altrui per lasciare che gli altri si specchino nei tuoi. Ma quanto ancora puoi andare avanti così? Questa volta non ci sarà sentenza. Non ce ne saranno più per un bel pezzo. 1月10日 Le BagiueMi permetto di segnalarvi questo bellissimo sito:
E' il sito di Lupa ed è dedicato alle donne. Non si tratta però di un sito di femministe.
E' un sito dedicato a tutto ciò che confina con l'essenza dell'essere una donna, con la sensibilità, la bellezza, l'interiorità che caratterizza le donne.
E' anche un sito dedicato alle streghe, nella concezione più vera e moderna del termine, che nulla ha a che vedere -pare scontato, ma va detto- con le streghe dei film horror o col satanismo.
Insomma, Vi invito tutti a visitare questo sito nuovo, intelligente, bello, appena nato, ma desideroso di crescere.
Credo troverete molte sorprese e, forse, anche degli spunti per la Vostra vita, regalati da una strega sapiente, che è anche una donna eccezionale.
Buon proseguimento!
Marco 12月19日 Profezia della VendettaAnnientato dalle ceneri del passato che regala troppo, promette troppo, lascia troppo, annerisce come unguento di un cupo negromante, oppresso dalla tristezza di non essere poi così triste da meritare la gioia totale e assisto muto a scene di ordinaria amarezza di ordinaria leggerezza ferito da te che uccidi ciò che ami o dovresti amare o dovresti proteggere invece di ignorare non hai palle, non hai nerbo, ignobile e ti nascondi o fingi di nasconderti o fingi di essere forte o fingi di essere grande per schiacciare i deboli demolire chi costruisce chi davvero lotta per un sorriso o un bacio tutti i giorni. Ma si leverà un grido dalla terra i sassi tremeranno e gli alberi cadranno il cielo sarà oscuro il vento spazzerà la città e le pianure le montagne franeranno a valle e il fuoco divamperà nelle strade Si leverà allora l'anima vendicatrice spettro maledetto e senza pace tornato dal mondo dei morti per vendicare i vivi che hai ucciso dentro. E i fedifraghi squaglieranno al suono delle teste tagliate allora io verrò a cercare proprio te ti cercherò e tu mi fuggirai e godrò del tuo terrore godrò delle tue urla come quelle del maiale scannato godrò dei tuoi occhi porcini che mi implorano di fermarmi che mi chiedono pietà, ma non mi fermerò. Non conoscerò grazia, né perdono. Ti seguirò per ogni vicolo per ogni strada sui ghiacci fiuterò la tua pista sulle nevi e volerò come falco sulle sabbie del deserto il tuo collo sarà bruciato dal furore dei miei occhi e quando sarò innanzi a te non leverò la mia spada la darò a te ed io troverò il mio orgasmo sbranandoti. 9月27日 Moto nella nebbia (parte II)Ore 12.20.
Forse fu solo una sensazione impercettibile. Forse mi stavo ingannando...ma la nebbia parve diminuire. Se non altro, in discesa dal Maloja, verso Saint Moritz, la moto di Lance non mi scaraventava tonnellate d'acqua addosso.
Poi la conferma. Il colore dell'asfalto stava cambiando. Si stava asciugando. Più scendevamo, più l'asfalto migliorava.
Nei pressi del lago di Plaun da Lej l'esaltazione raggiunse il culmine. L'asfalto era ormai perfetto, una striscia contorta di pura aderenza, le nuvole erano rimaste in alto, sospese come per un incantesimo a non più di venti metri sopra le nostre teste. Lo spettacolo offerto dal lago fu mistico: in lontananza le nuvole sfumavano sulla riva, creando un paesaggio brumoso che sembrava uscito da una saga nordica. A mettere la ciliegina sulla torta del ritrovato bel tempo,fu il fatto che il poco traffico era rappresentato quasi esclusivamente da motociclisti.
Ale premette sull'acceleratore. Se l'era meritato, dopo l'avventura del Maloja. Lo seguii a razzo, con Lance poco più indietro. Di comune accordo, fermi ad una rotonda, decidemmo di non fermarci fino al rifugio del Bernina. Il tempo era bello, il sole era tornato scaldando le giacche anti-pioggia che non avevamo ancora tolto, perché non approfittarne? Anche il fattore economico non era da sottovalutare...quanto ci avrebbero chiesto per mangiare a St. Moritz?
La benzina c'era.
La voglia c'era.
La strada anche.
Ci lanciammo carichi di entusiasmo in direzione del Bernina. Guardai il cielo sulle montagne davanti a noi. Qualche nube lambiva ancora le vette più alte. Ma questa volta la reazione non fu di nervosismo. Fu di sfida. Sapevo che i miei due amici non si sarebbero fermati.
La salita al Bernina fu emozionante. Curva dopo curva, tornante dopo tornante, su una strada divertente, larga e panoramica, ci avvicinavamo finalmente alla sommità del passo dove avremmo mangiato. Anche in quest'occasione, tuttavia, la bruma era in agguato. Con l'aumentare della quota il cielo si era fatto via via più grigio e tra gli speroni rocciosi sottostanti ai tornanti serpeggiavano le prime coltri di nebbia. La tregua che ci aveva permesso di divertirci fin lì durò ancora qualche chilometro, poi su di noi si abbattè il nulla.
Ale procedeva per primo, come sempre.
Lance lo tallonava con la Hornet, mentre io li seguivo con la seconda inserita e le dita pronte sul freno.
La situazione sul Maloja, a confronto, era rosea.
Le nubi annacquavano continuamente la visiera e, quel che era peggio, la nebbia divenne fittissima, ad una visibilità di non più di quindici metri.
Scorsi a fatica nel grigiore un cartello: recava la scritta "Ospizio Bernina, 150 metri" seguito da una freccia a sinistra; mi voltai in quella direzione e nella nebbia fittissima mi parve, ma non potei esserne sicuro, di scorgere un grosso edificio squadrato, e finanche la scritta "BERNIN..." e qualcos'altro che non riuscii a leggere. La nebbia era davvero fittissima e la mia visiera oscurata (!) non mi aiutava di sicuro.
Dovevamo fermarci.
Suonai ripetutamente il clacson, ma nel distrarmi per il cartello avevo perso metri sugli altri, che non mi avevano sentito. E non sembravano intenzionati a fare soste.
Accelerai. E poi rallentai, fino quasi a fermarmi.
La nebbia era totale.
La visibilità era a non più di cinque metri.
A fatica vidi (o credetti di vedere) la luce dello stop di Lance. L'asfalto era zuppo. Di Ale non c'era alcuna traccia. Bloccai all'improvviso la ruota posteriore. Un tornante a strapiombo su un dirupo (non che vedessi il dirupo...non vedevo il terreno!) si era materializzato dal nulla davanti alla Mukka. Chiusi la curva bruscamente.
Avevo perso di vista Lance.
Interno visiera appannata.
Esterno visiera completamente bagnato.
Nebbia totale. Asfalto a pozzanghere.
Bestemmiando procedetti nel nulla, sperando che non arrivassero automobilisti da dietro...non avrebbero mai fatto in tempo ad evitarmi. 9月25日 Moto nella nebbia (parte I)Tra mille forse, alle 9.00 di domenica 24 settembre, io in sella alla mia Mukka, Lance in sella ad una Hornet 600 e Ale in sella ad un Suzuki GSX-R 1000 (un mostro da 178 CV per 166 Kg di peso) partimmo alla volta del passo del Maloja. Ci eravamo ripromessi questa tappa da diverso tempo, ma per un motivo o per l'altro fu rinviata fino a quel fatidico giorno. Le previsioni meteo avevano indirettamente avallato questo raid con un “foschia” che lasciava intendere che non avrebbe piovuto. Le veloci curve della superstrada Milano-Lecco e la quasi totale assenza di traffico ci misero di buon umore. In fondo il piano era elementare: raggiungere il Maloja, trovare una trattoria, mangiare, fare il pieno di benzina, rientrare. Lineare. Semplice. Ma provavamo tutti, in realtà, una specie di irrequietudine latente, forse dovuta alla sensazione di essere un filo fuori stagione per i giri in alta montagna. Il più nervoso era Ale. Il weekend precedente aveva girato in pista con gomme in mescola morbida, praticamente prive di battistrada. In caso di pioggia si sarebbe trovato nei guai. Ci ammonì infatti con un diktat che non lasciava spazio a repliche: “Come inizia a piovere torno a casa”. Come biasimarlo? Quelle gomme, tanto performanti in pista, su un asfalto bagnato si trasformavano in pattini. E gestire una bestia come quel Suzuki sui pattini...non sarebbe stato affatto bello. Mentre facevo tra me e me queste considerazioni, incominciarono le gallerie che da Lecco portano in Valtellina. Accelerai. Rimasi fisso sui 140 all'ora. Avevo in realtà paventato agli altri l'idea che avremmo potuto andare “oltre”. Che avremmo potuto spingerci sul Bernina, fino forse a Livigno e poi al Gavia. Si, pensai, se il tempo resta com'è ora potremmo farcela. Fuori dalle gallerie, giunti al bivio per la Valchiavenna...i miei sogni furono bruscamente riportati alla realtà. Il cielo era completamente bianco. Non un bianco da neve. Quel bianco che fa capire che dietro le nuvole c'è il sole. Un bianco buono e pulito. Quel bianco che quando lambisce le cime delle montagne le fa sembrare il Monte Olimpo. Guardai preoccupato verso la Svizzera. Le cime delle montagne erano immerse in queste nubi, che seppur non cariche di pioggia, sicuramente avevano un'aria sinistra. Dopo una breve sosta per la colazione, appurato anche che Ale era di buon umore nonostante la foschia sulle cime dei monti, partimmo verso il confine con la Svizzera. Deglutii. Le nubi parevano più vicine e più bianche ad ogni chilometro. Superata la dogana ci fermammo per fare benzina. Quasi a concretizzare i nostri timori, giunsero delle auto provenienti dal Maloja...completamente lavate. Evidentemente più sù diluviava, sebbene gli autisti ci rassicurassero con dei “no, no, tranquilli”. Ale aveva una faccia che sembrava l'emoticon :-/ Non ci restava che salire per scoprirlo. In quell'occasione facemmo una cosa che pochi possono vantarsi di aver fatto. Guidare una moto sulle nuvole. Le previsioni non avevano dato pioggia, e ci presero in pieno. Ma l'umidità della nuvole aveva completamente inzuppato l'asfalto (che tutto era fuorché drenante) e racchiudeva lo splendido panorama delle montagne circostanze in un niente grigio e ovattato. Sentivo l'umidità e l'acqua inzuppare rapidamente gli abiti, mentre la visiera del casco si riempiva di microscopiche goccioline d'acqua tanto rapidamente che ogni 10 secondi era necessario passarci sopra il guanto. Ecco fatto. Si torna indietro, pensai. Persino io, che sto in coda per non alzare acqua con i miei pneumatici misti, faccio fatica a mantenere il controllo. Figuriamoci Ale. Il GSX-R gli starà già dando del filo da torcere per stare in piedi, riflettei. Ma Ale non tornò indietro. Davanti avevo lui e Lance, e mentre lottavo per stare attaccato alla sua luce dello stop, vidi Ale davanti a tutti scodare un attimo e poi, inesorabile, avanzare tornante dopo tornante. Ci stava credendo. Voleva arrivare in cima. Il Maloja ha tornanti solamente dal versante che dà sull'Italia. Ma quei tornanti emozionano ogni anno centinaia di motociclisti. Salgono ripidi e costringono ad una piega continua, ad un destra-sinistra senza sosta, un dondolìo adrenalinico, peraltro molto sicuro, visto il traffico scarsissimo e l'ottima visibilità. Invece era là, questa volta trasformato in un inferno grigio e bagnato, che cercava di buttarci per terra. Ormai mezzi, scorgemmo nella nebbia il cartello “Malojapass”. Era fatta. Fermammo le moto. Battevamo i denti per il freddo, ridevamo per l'audacia (di Ale sopratutto) ed eravamo felici di essere lì, anche se nessuno avrebbe potuto dire dove fossimo realmente, dato che il grigio circondava tutto il mondo. Ridendo e scherzando osservammo il Suzuki. Le gomme erano più slick che mai, mentre dal motore caldo l'umidità fredda faceva salire una densa colonna di vapore. Che fare ora? Mangiare? Sì, ma dove? Forse più avanti, in una trattoria. Sembrava un'idea ragionevole per tutti. Forse qualche km più avanti. Dentro di me, tuttavia, speravo che ci saremmo spinti fino al Bernina. Sentimmo alcune persone del luogo, ma nessuna di loro era in grado di dire se dall'altra parte il tempo fosse migliore o peggiore. Avanzammo l'ipotesi che forse scendendo di quota qualcosa sarebbe migliorato. Scendere sì, ma da che parte? Accontentarsi di dove eravamo arrivati e tornare indietro, riaffrontando i tornanti del Maloja nella coltre di nuvole bagnate...oppure armarsi di coraggio ed affrontare l'ignoto futuro del versante svizzero, verso Saint Moritz? In fondo, se il tempo fosse stato migliore verso Saint Moritz, avremmo anche potuto spingerci fino al Bernina... Quasi inconsapevolmente, tutti iniziammo ad estrarre l'abbigliamento anti-pioggia, anti-freddo. Pile, poliammide, lana, guanti in goretex. Sembrava inverno. Senza dire una parola avevamo già scelto. Ignari del fatto che fosse ora di pranzo, avevamo già voltato i nostri cuori verso Saint Moritz e verso il Bernina. Con un rombo di motori, tre moto e tre motociclisti scomparvero nella nebbia delle nuvole. (continua) 7月17日 "della Gente"Tu la chiami "della Gente".
E quando dici così Ti riferisci innanzitutto ai cani. A questi buffi animaletti quadrupedi così simili a noi nelle reazioni da sembrare dei piccoli esseri umani travestiti, appunto, da "gente". C'è della gente...
C'è della gente che vorrebbe uscire a fare il suo giretto, c'è della gente che vorrebbe il suo osso, c'è della gente che vorrebbe che qualcuno gli lanciasse la pallina...
Quando vediamo un cane io e Te esclamiamo "c'è della gente!" e nessun altro capisce.
Ma Ti riferisci anche a noi, agli esseri umani, a me, a Te, a tutto ciò che ha un'attitudine umana-affettuosa, per questo anche i cani sono della gente, anche noi siamo della gente.
C'è della gente che stasera vorrebbe delle coccole, c'è della gente che vorrebbe andare al cinema, c'è della gente a cui manchi...
Caldo torrido, ho appena finito il tagliando della moto, ma devo rabboccare l'olio per portarlo a livello, e per farlo devo farlo scaldare. Accendo la piccola e mi dirigo sullo stradone che porta all'autostrada. A poche centinaia di metri dall'ingresso della MI-VA, ad un incrocio, vedo delle persone raggruppate intorno a quello che, si capisce fin troppo chiaramente, è un corpo umano. Spengo la moto e lascio che l'inerzia la spinga avanti, fino a pochi metri dopo il gruppo di persone.
Scendo.
Una bicicletta è riversa a terra, con la sella completamente storta. Una macchina ammaccata è ferma con le quattro frecce lampeggianti accese. Una ragazza scioccata piange. Per terra, riverso su un fianco, c'è un signore anziano. I capelli bianchi sono macchiati del sangue che gli esce copioso dal lato della testa e forma sotto il suo cranio una pozza vermiglia.
E' vivo, almeno sembra. Almeno per ora.
Balbetta, trema, ha paura, cercano di confortarlo. Piange.
C'è della gente.
Come i cani, o i gatti, quando li investono, sulle strade, in autostrada, fanno la stessa impressione. Quell'idea di fragilità, di precarietà della vita. Quando li vedi agonizzanti a terra, perché un automobilista non li ha visti o non li ha voluti vedere. Quella specie di compassione-tenerezza che Ti fa stringere il cuore quando sai che per loro è quasi finita.
E qui c'è della gente e non è travestita da cane.
C'è della gente che è a terra, agonizzante,trema e piange perché ha paura che la vita stia finendo, c'è della gente che magari si sente sola e pensa ai cari, che non lo vedranno tornare, c'è della gente che magari li vorrebbe lì vicino, i propri cari, in quel momento che potrebbe essere l'ultimo.
Arriva l'ambulanza.
Riparto.
E penso.
Tra 50, 60, 70, anni, quando sarò vecchio e ormai stanco di questa vita, se mai ne sarò stanco, quando sarò in un letto e sarò al Varco...voglio che ci sia Tu.
Voglio che mi Tu mi stringa la mano, che mi guardi con i Tuoi occhi dolcissimi, che mi sorrida, mi piacerebbe non sentirmi come della gente stesa a terra in strada.
In quel momento, mi scalderebbe il cuore sentirTi dire, con la voce buffa che sai fare quando vuoi, sentirTi dire "C'è della gente...c'è della gente, che è stata contenta di stare con Te fino all'ultimo".
6月9日 PsichiatriaNon posso muovermi
perché il mio corpo non mi risponde più,
non ho lesioni, sto bene, ma il cervello non riesce
più a comandarlo
e mi trovo
tra dottori
matto tra i matti.
E mi spiegano che si va fuori
che a volte senza un motivo
si impazzisce
o il motivo c'è
ma mi sembra assurdo
che si impazzisca
per una ragione così,
ma assurdo
è una parola
che lì dentro non ha senso
perchè assurdo sei tu
che non ragioni più come si deve
che non capisci
che vivi nella paura,
che hai perennemente
una grandissima cofusione in testa,
che sei pazzo,
che capisci di esserlo, che ti ricordi che
una volta eri una persona normale, anzi, eri un ragazzo definito intelligente e brillante
e ora sei pazzo e non conti più
e sei rinchiuso e non guarirai mai, perché
non si guarisce da queste cose
le si vive
per sempre...
Sono un pazzo, tra mura scure di un edificio scuro,
che sa di essere pazzo, che vive tra i pazzi, che incontra solo pazzi
che si confronta solo con pazzi, che non capiscono che sei pazzo perché sono pazzi, che non
capiscono il dramma di sapere che prima non eri pazzo, che non sai come lo sei diventato, che non hai più controllo della tua testa,
che è successo anche a loro, e quindi loro piangono e anche tu piangi, anche tu urli e singhiozzi dal terrore di restare lì dimenticato dal mondo.
E c'è un dottore che ogni tanto arriva, che ogni tanto parla, che sembra gentile, ma che è malvagio, che tortura e abusa, per tornare gentile quando ci sono i miei.
I miei che vengono a trovarmi, che mi sorridono, mio padre che è tranquillo che debba restare qui e io un po' mi tranquillizzo perché fuori non ne sarei capace, perché con la testa non va bene, finirei sotto un tram o peggio.
E mi portano dei cani, sono tanti, ma non belli. sono cani finti, sono cani che non guardano me, e tutti gli altri come me invece sì. Tu sei lì, mi tieni la mano e mi dici "hai visto amore, i cani, c'è della gente, che belli!" e io ne indico uno e dico a fatica "dogo" e Tu annuisci contenta, ma leggo che hai schifo di me, che vuoi andartene, che non riesci a credere a quanto sono impazzito e diventato di botto stupido e ti intristisci. Sono stupido, perché non so nemmeno il significato delle parole che ti dico, perché non capisco un'acca di quello che mi dici, o peggio, capisco altro, vado in confusione e l'unica cosa che arrivo a comprendere è che fino ad un certo punto della mia vita ero normale, ero io normale, e poi non sono stato più io, e sono impazzito. Tutti accarezzano i cani, ma da me scappano. E io non controllo nemmeno la mia faccia e i suoi muscoli e vivo storpiato in una smorfia mostruosa e buffa. Incontro pazienti e loro mi dicono cose senza senso, che non capisco. Vorrei spiegare loro come sto, che voglio stare meglio, ma non mi escono le parole che vorrei: il mio pensiero è contorto e non mi capisce nessuno, e impazzisco così sempre di più.
Poi me la sento, devo uscire, se sto qui muoio, il dottore non lo sa, non lo deve sapere, ma l'infermiera sa, ed è mia complice. Vedo il mio giubbotto da moto sulla panca, lo prendo, lo indosso, guardo l'infermiera. Piango. Dico "vado", lei mi guarda, dice "Torni a trovarci però Avvocato". Avvocato. Mi dice così perché lo sono veramente? Lo ero? Mi sarebbe piaciuto esserlo? Forse lo ero, ma sento he non tornerò mai più normale come prima, mi sento compromesso per sempre, il mio cervello non funziona più. La saluto piangendo. Strano che mi lascia andare così, penso che allora lei crede che sia guarito. E vado. Ed esco. E corro fuori. Ma sono debole, debole di testa, debole che una zanzara che vola è un mostro orribile e bisogna nascondersi e non è tanto per dire, lo è veramente. E allora corro a perdifiato, prima di trovarmi davanti ad una porta che attraverso. Ed è l'ingresso della psichiatria e c'è di nuovo l'infermiera che mi dice "già tornato?", che sapeva che di lì non sarei mai uscito. Perché sono pazzo.
Un pazzo che parla e deve e può parlare solo con altri pazzi.
Che passa tutto il giorno coi pazzi. Che così diventa sempre più pazzo.
Pazzi si è perché si resta tutto il giorno confusi a riflettersi nei pazzi. E se ti rifletti in un pazzo non vedi che il pazzo che è in Te, e impazzisci sempre di più. E ti fai una grandissima confusione in testa e il pensiero ti tormenta fino a compromettere la sanità mantale...e sei solo un gorgoglìo di bava che piange, trema, singhiozza, drogato delle medicine del dottore, un povero disgraziato che sogna un'altra persona...che sembra davvero un altro individuo, e invece era lui prima.
Ed io piango perché vorrei tanto tornare quella persona speciale, intelligente e normale che tutti conoscevano. E invece resterò per sempre qui dentro. Pazzo.
5月30日 Torpore di veritàMattino su un erba alta
di neve che accarezza una lama
di un silenzio che è delle tigri,
dei gatti e delle civette
di un tramonto che non si può guardare
di un mare che è troppo lontano.
Di una musica di rumori
di donne , bambini e di muratori
di contadini che arano campi
lontani.
Di un terra neutrale
di un vento che chiede
se ho troppo freddo
per andare o restare.
Immobilità dell'anima
del corpo
del cuore
nella stasi delle emozioni
un nirvana di nulla
fatto di niente,
di neve che cade e ricade
e la lama che resta
e fa male.
Lontano da tutti
dal rumore
dal silenzio
dalla vita e dalla morte
dalla pace e dalla guerra
dall'amore e dall'odio
cacciato dall'odio
cercato dall'amore
amico dell'uno, fratello dell'altro.
Tutto scorre a rilento
fotogramma
per fotogramma
goccia a goccia
il fiume è già mare
Il fuoco è fumo.
Il fumo è cielo.
E io vivo e muoio
senza vita e senza morte.
Idee lontane
sporche di fango
idee dall'iperuranio
che si mordono la coda
senza affiorare
senza capire
mancanza di fuoco,
mancanza di lucidità.
Torpore di sensi che
hanno udito troppo
per sentire ancora.
Silenzio
Silenzio
Silenzio
A volte il silenzio
è il più dolce dei canti.
5月14日 Respiro finaleMi sono dibattuto in mari neri ed ho versato lacrime con Te. Abbiamo pianto insieme, ricordando momenti brevi o lunghi, ma sempre e comunque magici. Ti ho chiesto tempo, me ne hai dato, anche se ti faceva soffrire. Ed ora io sono lì, davanti a Te, con in mano una spada affilata. Sono lì e sono coperto da un’armatura fatta di dubbi, di paure, di non lo so, di una scelta difficile. Ma alla fine la scelta emerge. Non proprio “nello spazio di sette respiri”, ma alla fine emerge. Unica, decisiva, determinata. Sarà la fine di noi. Partirò e sarò come un fulmine di guerra che si abbatte su di Te, trafiggerò il Tuo cuore e, forse, insieme ad esso, anche il mio. Affonderò la lama del mio destino nella Tua carne e spingerò per essere sicuro che arrivi fino in fondo, che non Ti faccia soffrire più dello stretto necessario a soffocare l’Amore che provi per me. Verserò lacrime mentre vedrò le Tue che scendono ricordandomi come il Tuo Grande Amore e come il Tuo acerrimo nemico. In quei pochi secondi, rivedrai i momenti belli di noi, per pochi che sono stati, e cercherai colpe e cercherai responsabilità e sbagli. Ma non ne troverai. Perché questo è l’Amore e questa è la Guerra. E questa è la Vita e la Morte di tutto, impermanente. Ti domanderai perché, ma non avrai risposta, perché non c’è perché. C’è solo il gelido freddo doloroso di un’ Amore che poteva essere e non è stato, o che è stato, ma è finito. Penserai che Ti ho tradita, che Ti ho illusa, che mi sono approfittato di Te. Ma non è così, che Tu ci creda o no. Ti ho rispettata fino all’ultimo. Ma servo un padrone diabolico che è fatto di sogni, di realtà, di lotta e di egoismo, che si chiama Anima. E l’Anima mi ha ordinato di porre fine a tutto questo, di estinguere il bello che c’era, ma che non poteva essere. Mi odierai. Ah, se mi odierai. Mi odierai e penserai che la Vita non può essere, che non esistono altri Me. Ma la vita non cessa, esistono altri Me. Ti ho appena dimostrato che non sono l’eroe buono che pensavi. Ti ho appena dimostrato tutto il mio egoismo. E rinascerai. Come la Fenice rinascerai e la ferita mortale sul Tuo cuore si chiuderà, lasciando solo un’altra cicatrice. E rivivrai e conoscerai chi Ti amerà davvero e per sempre. E non sarò io, per Tua fortuna. Mi piace pensare che alla fine di tutto, quando le spade saranno rinfoderate, saremo amici. Guerrieri vinti e vincitori entrambi, amici. Che un giorno capirai. Ma quel giorno non è oggi. Oggi ti farò del male e mi odierai. E mentre sfodero la mia lama contro un’anima innocente, non lancio grida di guerra o peana di battaglia. Ti attacco e Ti chiedo, una sola, ultima volta, Perdono. BuddhaSe incontri un Buddha, uccidilo. Immersione notturnaImmersione notturna
in un mare senza onde
senza bombole né muta
né maschera né pinne
senza aria che non sia
tiro di una sigaretta
Immersione dentro me
per scoprire cosa voglio
per capire cosa sento
per sapere se ho paura
di una vita troppo vera
o di un sogno a cui dar vita.
L'acqua è fredda al primo tatto
sempre fredda ultimamente
uno specchio che è ghiacciato
morbido e senza contatto.
Scendo, mi immergo, vado sotto
l'apparenza di pensieri,
sensazioni,
emozioni,
abbandono i cinque sensi
per scendere senza piombo
o con tutto il piombo del mondo
verso il fondo di quel mare
nero e senza luci che a volte
sento essere il mio cuore.
Mi immergo e scendo
in questa nave senza abitanti
relitto di un fondo sommerso in cui
i pesci sono scappati da tempo,
senza fate né folletti né streghe, dove
mi sento irrimediabilmente solo
come voglio stare
ora.
Non sento la musica va bene, tutto è ovattato.
Scrivo ad occhi chiusi, penso e soffro a bocca aperta
nella speranza di trovare un segno, un segnale,
qualche indizio di un tesoro che sono convinto
che dev'essere nascosto qui da qualche parte.
Sogni di un'infanzia in cui
ci si rifiutava di credere
ch gli eroi non esistono.
Sogni di diventarlo.
E' solo il sotto della superficie
c'è altro più sotto, devo trovarlo
mi lascio andare e vado giù.
Sempre più giù
in sensi di colpa che
non vorrei ci fossero ma
che cercano di mordermi
di continuo ogni tanto
sempre.
Sensi di colpa per cattiverie fatte
per cattiverie sopportate
per cattiverie che farò
per cattiverie che non posso evitare
qui sono malvagio,
sono nero,
sono oggi tutto di me,
sono uno squalo bastardo e famelico
che nessuno vuole incontrare.
Mi serve aria
sigaretta
giù, sempre più giù.
C'è la voce lontana di un'amica
che mi chiama per sapere se sto ancora nuotando in supericie:
no amica, non sono più in superficie, sono a 10 metri sotto di me
in apnea
in qualcosa che temo e amo.
Aria.
Tabacco.
Fumo.
Lucky Strike.
Posso scendere ancora.
Vergogne.
Nere vergogne che mi si attaccano
limacciose, liquide, nere viscide
per qualcosa che ho fatto
per qualcosa che ho detto.
Non se ne vanno e scendo
non se ne vanno e sono
ciascuna doppia, ciascuna maligna,
ciascuna capace di affogarmi.
Scalcio.
Scalcio,
ma dentro quest'acqua
scura e mesta
non ho forze.
Provo a bruciarle con una sigaretta
e scappano, ma so che al momento buono
torneranno per attaccarmi...
Maledette vergogne innominabili
di cose sofferte e godute.
Via!
Scendo più giù scappo
sul ventre di un essere
enorme e mostruoso,
più di una balena,
è l'enorme cetaceo
del mio orgoglio infido
che mi spinna addosso
con violenza disarmante
su di me
e su tutti quelli che
per loro malasorte
mi arrivano troppo vicini.
Giù
lo devo evitare
non lo posso uccidere
ma lo posso evitare.
Devo scendere ancora
e le orecchie fanno male
per la troppa pressione di cose
che non voglio sentirmi dire
di accuse in cui
l'accusatore è me stesso
nero
togato
che grida
che parla
che mi recita
capi d'imputazione
incontrovertibili
finali
decisivi
umilianti.
Latito.
Fuggo.
Fa male.
Fa male la pressione aumenta sempre di più
scendo e tocco
quota cento metri
sotto il livello della coscienza
sotto il livello della realtà
della quotidianità
del grigiore della quotidianità
in cui sono incapace di essere l'eccezionalità
che sogno.
Diventa difficile scendere
è faticoso
è difficile
e l'aria manca perché è troppa
è troppo lucida
e rischio di annegare
rischio un colpo di tosse che mi spedisca al creatore
ma forse c'è qualcosa che intravedo,
intravedo la paura di una vita stabile
o di correre dietro a un sogno
tutte e due
strane
assurde
vere
letali.
Non respiro
lascio che siano i piombi
dell'inconsapevolezza
a trascinarmi giù.
Correnti
corrernti di indecisione
correnti di musica senza suoni
di note scritte e non suonate
che arrivano dritte al cervello...
Un cane che non avrò mai
l'amore che non riuscirò mai a dare
ad avere come sogno
a ricambaire oltre le mie limitate possibilità
di visibilità sentimentale.
E poi c'è me
che piange lacrime che
si confondono in questo mare
nero di me ancora duplicato,
nero della mia merda interiore,
nero di quanto sto male,
nero di quanto vorrei stare bene
e non mi trovo e sono buonista e sono retorico
e sono sporco e malato di schifezza.
Non ce la faccio,
non ce la faccio a scendere di più,
non ce la faccio per stavolta a toccare
il fondo di un Marco che non è
ciò che tutti vedono
che non è quello che sogno
che non è me
pur essendo
disastrosamente
io.
Mi stringo in posizione
fetale.
Come un neonato che è appena giunto
al mondo. Che vede la luce per la prima volta
senza mamma
senza amore, solo.
Perché tutti ci sono,
ma tutti sono altro,
e tu sei solo e la vita è una
e non ci puoi fare niente.
Esiste solo un'anima gemella
troppo distante, troppo lontana ,
troppo impossibile e vecchia di me,
vecchia di lei,
vecchia di questo mondo crudele che ci ha diviso
che mi segue
mi vede
mi legge
mi guarda dentro,
lei sa che parlo di lei
e tace perché
è troppo buona,
troppo discreta,
troppo dolce, troppo bella per
parlarmi di me,
lei mente a sé stessa
quando parla di me
mi dipinge un buono che non sono
mentre sono cavallo nero
di un carro platonico di cui lei
era cavallo bianco.
Ciao.
Non sei qui.
Non sono io.
Non sei tu.
Siamo noi.
Schizofrenia.
Pensieri scritti a caso
convinti di essere belli
convinti di essere poetici
convinti di servire a qualcosa
inganno nero che mi dice
il fondo non esiste
o se c'è è troppo giù
o non lo troverai mai perché
hai paura che i sogni non esistano
che l'onirico sia il tuo cervello e paura
di far soffrire
di far star male
di schiattare dai sensi di colpa
per aver scelto la tua felicità
e non la sua, non importa
quale sua sia.
E invece c'è il fondo
lo vedo
lo sento
sta arrivando
lo tocco per guardarmi intorno
e poggio i piedi sul sedere della mia anima
sul punto più basso e nero di un ego
che crede a tutto
che è pronto a farlo
che ha bisogno di farlo.
Forza
guardati intorno
sigaretta
manca l'aria
sei giù da troppo tempo
guarda intorno
c'è un cuore sul fondo
un cuore nero di male
rosso di sangue
che non si capisce chi sia
che non ti vuole e che ti adora
che è distante e vicino
afferralo
leggilo
devi solo leggerlo
ma sono giù da troppo
perdo i sensi di me
sono dentro di me
dove non vorrei essere,
sì, come dice quella,
vorrei stare fuori da me,
io non ce la faccio,
perdo i sensi,
e il cuore non l'ho letto,
che frana,
che inutilità.
Perdo i sensi e dopo
piano piano
la luce
di qualcosa
di elettrico
e freddo
di qualcosa di moderno
e razionale
di vero
concreto
che si paga
che si compra
che si guarda
mi riporta
galleggiando
alla superficie
di quest'orrore che cammina
e che va in moto.
Sempre.
Mai.
Fino alla fine.
Dall'inizio.
Vivo.
Roma & Bibbiena - Ultima parte...la mattina del lunedì mi sveglio relativamente presto, raccolgo le mie cose e carico la borsa. Gli altri partiranno insieme dopo colazione e forse si fermeranno a pranzare a Firenze.
Io no. Ho delle cose da fare nel pomeriggio e poi...e poi c'è il richiamo della strada.
Lunga.
Sola.
Solo mia.
Ho cominciato questo viaggio da solo e voglio concluderlo da solo.
Con gli altri sono stato bene, come non stare bene con loro? Mentre risalgo in moto ripenso ai loro volti ed alle loro risate, provando un senso di gratidutine infinito.
Mi allontano dall'agriturismo di buon passo, sono di nuovo in strada.
Questa volta passerò dal passo della Consuma. L'asfalto è bello, il tempo non è niente male, il traffico è inesistente. Non ho fretta, ma l'andatura è frizzante.
A volte si desidera raggiungere un posto per poi scoprire che il viaggio è stato forse più importante della meta. Dopo il bellissimo passo della Consuma, superate le sue curve, mi ritrovo sulla noiosissima autostrada per Bologna...e lì l'attenzione alla strada deserta cala, per lasciare il posto al ricordo, ai pensieri, alle emozioni vissute. Dove saranno gli altri? Saranno già partiti?
Più di 1000 km.
Pioggia e buio.
Paura e gioia per arrivare a Bibbiena.
E Bibbiena mi ha ripagato, insieme a Roma, di ore indimenticabili in compagnia di persone speciali.
Ma arriva l'ora di rimettersi in marcia, sempre, in strada come nella vita, in moto come in interrail, arriva il momento di caricarsi lo zaino in spalle e tornare verso casa. Paradossalmente, è il più grande segno di rispetto verso i posti che abbiamo visitato, perché li rende così speciali.
Io e la mia piccola.
Nera.
Pesante.
Sporca.
Stracarica.
Bicilindrica.
L'unica vera amica che sia stata con me in tutti questi km, l'unica che insieme a me si è presa ogni singola goccia d'acqua.
L'unica che ha rischiato insieme a me di farsi male, ora sta lì, sotto di me.
Dolce e aggressiva, bella e vetusta, infaticabile, con me. Ovunque. Sempre.
Lei è contenta, lo so.
Lei odia il buio di un garage, odia la pioggia presa da ferma.
Lei ama viaggiare, scalpita ogni volta per fare km, persino in questo momento, attraverso le vibrazioni del manubrio e il sommesso rumore del motore, mi sta dicendo che è contenta che ci siamo rimessi in viaggio.
Risponde, docilissima, ad ogni mio comando.
Piega con me sulle curve della CISA.
Mi fionda in accelerate sulle lunghe autostrade.
Si riposa insieme a me nelle soste agli autogrill.
Josephine. La mia moto.
Sempre lì. Sempre mia. Sempre insieme.
Le batto una pacca amichevole sul serbatoio.
Grazie piccola. Non mi hai abbandonato nemmeno stavolta.
I km arrivano sempre lentissimi. Sembra che lo facciano apposta in autostrada, ma va bene, questa volta va bene, non importa.
Piano piano. Viaggiamo insieme, pensiamo insieme.
Tre giorni fa cominciavo questo viaggio incredibile. Da solo.
Ora punto le forcelle in direzione di Milano e penso a tutti i km fatti. Penso alle imprecazioni per la pioggia e mi riscopro a sentire nostalgia per ogni singola goccia d'acqua presa.
Non sarebbe stata la stessa esperienza se non avesse piovuto.
Milano, ancora 50 km.
Le emozioni mi sopraffanno, vorrei liberare le lacrime in un grazie a quest'esperienza incredibile, ma l'unica cosa che mi viene è un sorriso ebete che resta stampato sul mio viso fino a pochi km da casa.
Infine, davanti al cancello d'ingresso della mia umile dimora, scendo dalla moto e cerco le chiavi.
Un passante mi guarda con apparente curiosità, ma a ben guardare...per lui non sono altro che uno che sta mettendo via la moto. Penserà che sono andato a farmi un giretto.
1427 km.
Porto dentro Josephine.
Scarico le borse.
Un sospiro.
Il sole splende.
Ed io sono cambiato, in qualche modo.
Sono a casa.
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